Visso e i miei ricordi del terremoto

di Valerio Anderlini

Il recente terremoto mi ha fatto rivivere vicende vissute in Valnerina, Visso e Preci in particolare, realtà con cui avevo avuto rapporti negli anni 60, ai tempi in cui lavoravo presso l’INAM di Spoleto e rinverdite per il terremoto del 1997.

Preci, comune di un migliaio di abitanti, estrema propaggine della regione, con una economia sui generis, per cui era ai margini anche dell’attività dell’INAM (ente che assicurava i lavoratori dell’industria) era rimasta nel mio subcosciente per particolarità memorizzate in ufficio a Spoleto: una scuola di chirurgia di altri secoli di cui si conservava memoria, un sindaco Mensurati che era diventato una istituzione, e tanti nomi di località, misteriosi e suggestivi, Montebufo, Abeto di Preci, Schioppo, Usigni, Abbazia di Sant’Eutizio, Ancarano, nomi di località di cui apprendevo l’esistenza dai certificati redatti da un Dottor Gentili (uno dei 40 medici che amministrava la sezione INAM) che non ho mai avuto il piacere di conoscere, e che puntualmente arrivavano nel periodo delle festività e delle ferie quando tanti “romani” venivano in “soggiorno” in queste località impossibili e noi si doveva organizzare le “visite fiscali” conseguenti.

Quando nel 1997 il provveditorato agli studi nominò mia figlia, da tempo in attesa di spendere le sue due lauree, per una supplenza alla scuola media di Preci, per effetto delle rinunce causate da interruzioni stradali causate dal terremoto, che rendevano difficoltoso l’accesso da Spoleto, Terni, Foligno e Perugia, fu come un segno del destino per conoscere questa realtà e decisi di arrivare dove altri non arrivavano. Studiato un itinerario sulle carte stradali, Fabriano, Albacina, Cerreto d’Esi, Camerino, partimmo di buon mattino pensando di raggiungere Preci aggirando difficoltà che non  immaginavo; infatti alle porte di Camerino trovai i disastri causati dal terremoto anche da quelle parti per cui la segnaletica impediva di proseguire e dirottava il traffico sulla strada del fondo valle dove non c’erano interruzioni, ma che era coperta da una nebbia sempre più fitta tanto che mi fu impossibile orientarmi per cui bloccai la macchina tentando di consultare la carta stradale. E qui venne in soccorso un angelo custode: qualcuno bussò con le nocche sulla cappotta dell’auto e, quando abbassai il finestrino, da un’auto affiancatasi mi gridò “Ma si rende conto che sta fermo al centro di un incrocio stradale?” E, quando ebbi spiegato il mio problema, “mi segua, venga dietro a me e quando metterò la freccia a destra, devii; quella è la strada che la porta a Visso, da dove potrà proseguire per Preci”; e si allontanò nella nebbia, lui davanti ed io dietro. Così, alle 7,30 eravamo a Visso, ormai ad una decina di chilometri da Preci, in quella piazzetta che ho rivisto per televisione segnata dai crolli recenti; ma proseguire era impossibile, sull’altro lato della piazza infatti la strada era sbarrata per lavori in corso per cui, vedendo il maresciallo dei Carabinieri dirigersi verso un bar, lo avvicinai ed esposi il mio problema e lui di rimando: “La strada è sbarrata per lavori di bonifica del fianco della montagna, da cui c’è pericolo di caduta massi; per arrivare a Preci deve tornare indietro, a Castelsantagelo (altra località resa famosa dal terremoto recente), prendere la strada per Norcia e poi per Preci…” – E quanto tempo occorre? – chiesi; “Non meno di due ore e mezza”, rispose; ed io “Ma lei (mia figlia) deve prendere servizio alle otto…” e lui, di rimando, “Io le dico che quella strada è chiusa al traffico, ma lei è padrone di andarsi a fracassare la testa dove vuole!” E si allontanò. Decisi allora di risolvere il problema a modo mio, girai attorno al blocco stradale e proseguìi per la strada interdetta al traffico; in fin dei conti, se c’era un cantiere qualcun altro ci passava. Giunto al cantiere mi districai in mezzo alle macchine operatrici, facendo attenzione alla possibile caduta di massi, finché fui dall’altra parte, dove un segnale indicava il rientro dalle Marche in Umbria e il bivio per Preci.

Arrivammo prima delle otto, in Piazza Garibaldi, contigua alla scuola media, costeggiando il fiume, dove fui sorpreso dalla particolarità di un allevamento di trote e, mentre mia figlia prendeva servizio, scoprìi  Preci, già segnata in parte dal terremoto recente, una serena realtà non avvelenata dalla politica, “dove i ritmi quotidiani hanno ancora cadenze a portata d’uomo e l’ospitalità è un valore diffuso in tutta la popolazione, con un tessuto economico e sociale integrato al contesto ambientale di straordinaria bellezza e rilevante valore naturalistico e culturale, un luogo del “buon vivere”, dove è possibile immergersi nella straordinaria ricchezza di storia, tradizioni, natura e paesaggi, assaporare una gastronomia sana ancorata alle tradizioni locali, godere della professionalità e della qualità di una efficiente offerta ricettiva”, e scoprìi le suggestioni di Montebufo, Abeto, Sant’Eutizio, Ancarano, Campi. Questa era la Preci dei miei ricordi, un luogo di sogno dove mia figlia sarebbe restata per oltre due anni, pur con tutti i disagi che comportava.

Qui, dopo dieci anni, il terremoto ha colpito ancora una volta, distruggendo le costruzioni, stravolgendo l’ambiente e le condizioni di vita, ma voglio auspicare, non le caratteristiche e le peculiarità della sua gente, una genìa di “Appenninigeni” (figli dell’Appennino) per usare un termine del poeta latino Claudiano, radicati a presidio di questi antichi luoghi e decisi a restarvi, come hanno dimostrato i due giovani che hanno contratto matrimonio a Visso nel mese di Giugno.

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