Il concorso internazionale della Ceramica d’arte: un’occasione perduta

di Valerio Anderlini

Nel numero ottobre abbiamo presentato una storia dell’Associazione turistica Pro Tadino, entità che ha costituito per una generazione un “governo ombra” della città, con il suo dinamismo, le sue idee, le sue iniziative su spazi culturali in cui la politica latitava e oggi sta tentando di recuperare con un assessorato alla cultura ed al turismo, mentre della Pro Tadino, trasformata in Infopoint, con la fine del volontariato rimane un marchio depositato del Concorso Internazionale della Ceramica e un patrimonio di capolavori di arte ceramica moderna da musealizzare, prima che vada in malora, per il resto roba di archivio. Ripercorriamo la storia della manifestazione che la città non ha saputo apprezzare e tenere come una bandiera, mentre diventava oggetto di altri appetiti.

Nel 1959 con il rinnovo del Consiglio che portò alla presidenza Costantino Fedi, affiancato da Raffaele Meccoli (Vice), Giovanni Pascucci, Angelo Pascucci, Mario Travaglia, Alfeo Panunzi, Mario Confidati, nacque il Concorso della Ceramica. In occasione di un Convegno di Dirigenti delle Casse di Risparmio la Pro Tadino bandì un Concorso della Ceramica sul tema “Il risparmio”; vinse il tifernate Massimo Baldelli (davanti al faentino Tino Bernabé ed ai fiorentini Mario Casini, Federico Fabbrini, Eono Francioni) con mortificazione degli oltre cinquanta gualdesi partecipanti, per la differenza fra le loro “cose” e quelle di artisti di tutta Italia, mostrando un ritardo culturale dei locali, tanto che in seguito se ne ridusse di molto la partecipazione. Ma, nonostante l’improvvisazione e il dilettantismo dell’iniziativa, il seme era stato gettato e, fin dall’inaugurazione della mostra, il prof. Angelo Pascucci spiazzò tutti lanciando il tema per l’anno seguente, il 1960, l’anno delle Olimpiadi di Roma: “Olimpiade”; il tutto senza valutare i problemi che comportava l’iniziativa sopranazionale, costi e difficoltà di natura burocratica che ne sarebbero derivati per la inadeguatezza della struttura della Pro Tadino. Così nacque il Concorso Internazionale, il tema favorì una partecipazione oltre ogni previsione, con più di 200 opere inviate da tutto il mondo tranne i paesi oltre cortina; ed oltre ogni previsione furono le difficoltà organizzative (tra­duzioni, operazioni doganali ecc.) con costi che, al tirar delle somme tre d’anni più tardi, risultarono iperbolici. La Pro Tadino, dove la sola conoscenza delle lingue era il francese appreso dai Salesiani, per il tedesco si affidava al socio Nello Donati e per l’inglese a un ”americano” di cui non ricordo il nome, si trovò a interloquire con tutto il mondo ricevendo adesioni da ogni parte del globo e, in tempi in cui non c’era la libera circolazione delle merci, con avvisi di colli da sdoganare destinati al Concorso da ogni posto di dogana (Ventimiglia, Ancona, Chiasso, Brennero, Roma, Perugia, Napoli).

La Dogana

Ci si affidò a uno spedizioniere di Ancona; ma la manifestazione non aveva né carattere mercantile (competenza del Ministero del Commercio estero) né artistico-culturale quindi, anche se sotto “l’alto patronato del Presidente della Repubblica”, era una realtà nuova non classificabile e le operazioni di dogana si dové improvvisarle e concordarle a seconda dei funzionari mancando univocità di direttive. Infatti, mentre la merce in arrivo per motivi commerciali è sdoganata pagando i dazi previsti, per merce destinata a una manifestazione come il concorso, si improvvisò la “temporanea importazione”, pagando cauzioni in rapporto al valore del materiale importato (compreso il materiale di imballaggio): in ogni posto di dogana, lo spedizioniere dové reperire un esperto (con tutte le incertezze del termine) che, assistendo all’apertura dei colli insieme ai doganieri, stabiliva il valore del contenuto su cui calcolare la cauzione verbalizzando il tutto con impegno a regolarizzazione a fine manifestazione, o con importazione definitiva se la merce restava in Italia, o con sua riesportazione; una operazione complessa solo a raccontarla a posteriori, figurarsi a organizzarla nelle varie sedi di dogana, anche per i tempi ristretti, con Commissione giudicatrice e inaugurazione della mostra già fissate, e che nelle successive edizioni fu semplificata dallo spedizioniere perugino Utzeri concentrando tutti i colli in arrivo ed operazioni conseguenti alla dogana di Perugia.

L’allestimento

Altro problema non previsto fu la mancanza di spazi adeguati alla dimen­sione assunta dal Concorso, spazi per la mostra con costose spese di allesti­mento, e per gli imballaggi da conservare fino alla chiusura della mostra, tanto che si traslocò da San Francesco alle scuole elementari e relativo cortile, in virtù della bonomia del Direttore Didattico Rinaldo Discepoli. L’allestimento della mostra poi, con i mezzi di cui disponeva la Pro Tadino, fu un’altra scommessa: determinante fu la disponibilità di tanti ragazzi che, nel periodo estivo per modici compensi, si dedicarono all’iniziativa, su sollecitazione dei maestri Giovanni Pascucci e Mario Travaglia per attività di facchinaggio, improvvisando un allestimento decoroso sotto la guida di Mario Confidati, con impiego di materiale edilizio (mattoni e blocchi di cemento) come supporto per le opere esposte; ma, nonostante le difficoltà e le improvvisazioni, il primo agosto fu tutto pronto: per la Commissione giudicatrice, le Autorità, i visitatori e la stampa; risultò vincitore il finlandese Viljo Makinnen (davanti a Massimo Baldelli, il fiorentino Salvatore Cipolla ed i perugini Giovanni Dragoni, Bruno Orfei) e il giorno di apertura della Mostra, il prof. Pascucci, senza conoscerne ancora i risvolti economici che si sarebbero trascinati per anni, giocò ancora d’anticipo lanciando il tema del III Concorso: “Dalla letteratura per l’infanzia del mio paese”, subito ripreso e diffuso dagli organi d’informazione.

Polemiche invidie e difficoltà

Con il successo della manifestazione, che proiettava Gualdo Tadino su scenari mondiali, iniziarono le polemiche sulla stampa proseguite per anni; sotto accusa la formula del con­corso “a tema”; per alcuni restrittiva e incompatibile con ogni espressione artistica, qualificante per altri, che apprezzavano la funzione selettiva del tema, mentre qualificate commissioni giudicatrici (Tommaso Ferraris, Umberto Folliero, Tonito Emiliani, Tullio Mazzotti, Dario Zanasi, Renzo Biasion) ed ampi spazi al concorso di Gualdo Tadino su riviste specializzate, ne determinarono per anni una crescita esponenziale; polemiche che in realtà erano malcelate forme di invidia paesana, come si sarebbero dimostrati i tentativi di trasformare il concorso in biennale o triennale in comproprietà con altre città, senza che la Pro Tadino abboccasse al gioco, mentre più signorile Faenza onorava la manifestazione gualdese con qualificate partecipazioni. Nel novembre 1960, per le dimissioni di Fedi dalla Pro Tadino, arrivò alla Presidenza Gio­vanni Pascucci con ingresso in consiglio dello scrivente, che assunse l’incarico specifico del Concorso. Ereditai la situazione del concorso “Olimpiade” tutta da definire e quella dell’edizione 1961 già lanciata da portare avanti, un ginepraio di operazioni alla cui soluzione sarebbe risultato prezioso l’aiuto del politico al momento più rappresentativo dell’Umbria, il ternano on. Filippo Micheli, Sottosegretario al Ministero dell’Industria, per i rapporti con Istituzioni (Am­basciate, Ministeri, Camere di Commercio), tessendo un’abile ragnatela con Istituzioni come ICE, ENAPI, ENAIP, ENIT che, a vario titolo e con operazioni di sottogoverno e contributi anche modesti, concorsero a finan­ziare il Concorso; grazie al suo contributo si sanarono le situazioni pregresse e si fronteggiarono quelle relative al concorso già bandito, per cui fu nominato presidente onorario della manifestazione, e lo stesso sindaco Baldassini lo gratificò di un pubblico elogio in occasione dell’apertura della mostra del 1961 in cui vincitori a pari merito furono il romano Salvatore Meli, la finlandese Linda Mascitti, terzo il perugino Edgardo Ab­bozzo e la mostra fu visitata dal Ministro Emilio Colombo.

Per l’entità dell’impegno del Concorso Internazionale il suo bilancio divenne il bilancio della Pro Tadino per la quale ogni altra attività passò in seconda linea, con pesanti situazioni finanziarie; infatti l’erogazione dei contributi avveniva solo dopo rendicontazione delle spese (possibile al termine delle procedure di restituzione delle opere provenienti dall’estero) con one­rose anticipazioni bancarie che i due istituti di credito locali non lesinavano, ma con costi stratosferici per effetto dell’anatocismo. Ma il meccanismo era questo e la Pro Tadino, nel bene e nel male, ne rimase prigioniera per oltre un decennio grazie alla preziosa collaborazione dell’on. Micheli.

Attraverso gli anni “60

Allo scopo di smorzare le polemiche sul tema e avvicinare il concorso alla produzione locale la manifestazione si arricchì di una sezione detta “qualificazione produttiva”, ma la parte forte rimase il tema, mentre, con la acquisizione dei “premi acquisto” la Pro Tadino si ritrovò un patrimonio da musealizzare (una galleria d’arte ceramica moderna) nel disinteresse delle Istituzioni per cui iniziò il pellegrinaggio alla ricerca di una sede idonea. Nel 1962, tema della IV edizione del concorso “L’uomo alla conquista dello spazio”: vinsero a pari merito il faentino Guido Gambone, il perugino Giovanni Dragoni e la finlandese Anniki Hoovisaari; nel 1963 il V Concorso, sul tema “Divino e umano nel misticismo umbro”, vide vincitori ex aequo il faentino Angelo Biancini ed i milanesi Nino Strada e Mario Ros­sello; nel 1964 il VI Concorso sul tema “La Pace aspirazione e conquista dell’uomo”, registrò l’affermazione di Aligi Sassu, davanti ai faentini Leardo Lega e Carlo Zauli; ci fuper l’occasione una vivace polemica con il vincitore per il ritardo nel pagamento del premio dovuto alle lungaggini nell’erogazione dei contributi; ma il Concorso internazionale di Gualdo Tadino spaziava ormai anche oltre la cortina di ferro, da dove cominciò l’arrivo di opere portate personalmente dagli autori, seguendo tortuosi itinerari attraverso l’Ungheria e l’Austria, per eludere le chiusure politiche, dimostrazione che l’arte non conosce confini. Nella VII edizione del 1965, sul tema “Mamma, amore e sacrificio”, vinse il faentino Bianco Ghini, davanti al perugino Aldo Laurenti e al greco cipriota Gheorghios Gheorghiou, mentre nel 1966, l’ottava edizione,sul tema “Le comunica­zioni”, registrò la vittoria del faentino Alfonso Leoni, (che ritirò il premio dal Ministro Franco Malfatti), davanti ad Aldo Laurenti (Perugia) e Nedda Guidi (Roma); nel 1967 il IX Concorso, sul tema “L’uomo e la macchina nell’età della tecnica”, gratificò con la prima vitto­ria il cecoslovacco Vlastimil Kvetensky; nel 1968, X Con­corso sul tema Piatto da muro, vinsero ex aequo Otto Ec­kert (Cecoslovacchia), Eduard Chapallaz (Svizzera) e Gianni Tosin (Vicenza) e nel 1969 la XI edizione, sul tema “Il mondo del lavoro”, vide ancora l’affermazione del cecoslovacco Vlastimil Kvetensky, ex-aequo con i faentini Goffredo Gaeta e Ivo Sassi.

Le regioni

Nel 1970 la nascita delle Regioni cambiò i riferimenti dell’Associazione; non più Ministri e Sottosegretari (e relativi punti di finanziamento) ma Autorità regionali e nuovi rapporti da costituire; la XII edizione, sul tema “Il suono”, vide vincitori ex-aequo Graziano Pompili di Reggio Emilia e Bruno Bagnoli di Montelupo Fiorentino; nel 1971 nella XIII edizione, sul tema “Il mare”, vinsero ex-aequo Giuseppe Rossicone di Milano e il greco Tsolakos Panos; nel 1972 il primo premio non fu assegnato con rico­noscimenti ex aequo a Giuseppe Rossicone (Milano) ed alla svizzera Petra Weis e la mostra fu inaugurata dall’assessore regionale Alberto Pro­vantini. Ma nel 1972 il Concorso visse un ultimo momento di splendore grazie all’artista Salvatore Cipolla che promosse l’esposizione per un mese a Sesto Fiorentino (Villa Guicciardini)di 39 pezzi della collezione per cui la Pro Tadino cercava e cerca ancora inutilmente una sede. Con questa iniziativa si chiuse il mio periodo di direttore del Concorso.

Seguì un decennio di graduale scadimento della manifestazione (premi non assegnati) e concorsi non banditi ripiegando su retrospettive, cercando di dare visibilità alla qualificazione produttiva; tentativi di vivacchiare mentre la politica, per la quale la Pro Tadino restava un corpo estraneo, si muoveva con altre logiche, come la mostra “Immaginazione e potere” dell’ottobre 1973, con la grande falce e martello sulla piazza; negli anni ‘80 sarebbe ripresa l’organizzazione annuale della manifestazione, ma senza raggiungere gli acuti che avevano segnato gli anni ‘60: nel 1982, 21°Concorso sul tema “Dalla terra di San Francesco d’Assisi, un messaggio di pace, di fraternità, solidarietà verso gli uomini e l’ambiente”, il primo premio fu assegnato ex-aequo a sei espositori; nel 1986 sul tema “Pax-art, le ceramiche per la pace”; vinse il giapponese Ko­hei Ota e la Mostra fu inaugurata dall’assessore regionale prof. Roberto Abbondanza; un periodo in cui la manifestazione (e la Pro Tadino) continuavano a navigare nelle incertezze finanziarie, finché il socialista Brunello Castellani finalmente ripropose il concorso  all’attenzione della politica supportato dai consiglieri provinciali Danilo Fonti e Mario Valentini, sotto i cui auspici dal 30 marzo al 17 aprile  1988 l’Amministrazione Provinciale allestì alla Rocca Paolina di Perugia, una retrospettiva delle opere acquisite nelle varie edizioni del Concorso Internazionale, proponendone una anticipazione museale.

Il sogno della fondazione.

Per garantire una regolarità della manifestazione, liberandola dalla ristrettezze finanziarie della Pro Tadino e dalle incertezze della politica, Castellani addirittura elaborò la proposta di una fondazione, alla quale la Pro Tadino avrebbe portato il suo patrimonio di opere in proprietà, mentre istituti bancari ed Enti locali avrebbero assicurato flussi finanziari certi, e ne stese lo statuto ottenendone persino  l’approvazione da parte dell’Amministrazione Provinciale; un progetto ambizioso che tuttavia naufragò in Consiglio Regionale, grazie ai buoni uffici di influenti vicini di casa, presenti nella stanza dei bottoni, che considerarono Gualdo Tadino non degna di una tale istituzione. E la politica deteriore fece il resto e,

attraverso gli anni 90, il Concorso Internazionale continuò a vivacchiare nella precarietà, per l’impegno di Giovanni Pascucci, con i conti correnti della Pro Tadino firmati in proprio dai consiglieri, poi di Giancarlo Franchi, iniziando transazioni finanziarie in cui si disperdevano pezzi del materiale da musealizzare, di cui continuarono gli spostamenti nelle sedi più impensate finché il terremoto avrebbe fatto il resto. Adesso la politica ripropone il Concorso; ma ha più senso parlare di Gualdo Tadino “città della ceramica”.

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